Modelli 3D

Appassionati dell’antico: la collezione Farnese

Dalla prima metà del ‘500 la potentissima famiglia Farnese, che governò il ducato di Parma e Piacenza e diede i natali a regine, papi e cardinali, iniziò un’opera di collezionismo e mecenatismo straordinaria, di cui possiamo godere ancora oggi. La maggior parte dei pezzi che vediamo in rilievo 3D in questa pagina appartiene a questa collezione, che oggi fa parte del Museo Archeologico di Napoli MANN.

Per iniziativa di papa Paolo III Farnese, infatti, cominciò una campagna di scavi per tutta Roma antica, requisizioni e ricerche sul mercato antiquario, a cui diedero seguito i nipoti Alessandro e Odoardo. Il risultato fu un incredibile insieme di pezzi di varie epoche che rispondevano a una grande cultura antiquaria e a un deciso bisogno di autocelebrazione. Tutti questi marmi, e le gemme, abbellivano infatti le varie sfarzose residenze che i Farnese si costruirono.

Fu un altro Carlo III, e cioè Carlo III di Borbone, re di Napoli dal 1734 al 1759, che legò il destino della collezione Farnese alla città di Napoli. La ereditò infatti dalla madre Elisabetta, ultima discendente dei Farnese, e suo figlio Ferdinando IV, ne curò l’effettivo trasferimento in città dal 1786, dove da allora è rimasta.

Rilievi di Hadrianeum

Questi bassorilievi in marmo costituivano una parte dell’apparato decorativo del complesso dell’Hadrianeum, cioè il tempio dedicato ad Adriano divinizzato (“Divo Adriano”) dal figlio, l’imperatore Antonino Pio, nel 145 d.C. circa. Si trovavano all’interno del tempio, nella parte bassa, sotto le colonne e da qui furono prelevati per confluire nella collezione.

Osserviamo infatti la particolare forma dei marmi, che hanno tre lastre modanate più alte e strette, e due in mezzo più basse e lunghe: le parti alte erano i piedistalli su cui poggiavano le colonne, e le restanti erano i riempimenti decorati degli spazi intermedi.

Le figure rappresentate, quelle donne in toga dall’atteggiamento calmo e dignitoso la cui testa sfiora il bordo alto dei piedistalli, sono le personificazioni simboliche di alcune province dell’impero romano. Sono dotate di armi: una corta spada, frecce e faretra, un’ascia bipenne, e di costumi tipici delle aree geografiche che simboleggiano.

Nelle lastre intermedie invece ci sono armi e armature, ovvero dei trofei che indicano vittoria e onore. Il drago che si attorciglia intorno alla lancia nel pannello più a sinistra potrebbe essere un’insegna che indica la Dacia.

Queste immagini dovevano infatti mostrare la politica di pacificazione e riordino che Adriano aveva messo in atto nei territori dell’impero, e che per volontà prima sua a poi di suo figlio doveva essere celebrata.

Dioniso e Icario

Questo rilievo è un’opera realizzata in marmo bianco e databile tra la fine del I secolo a.C. e l’inizio del I secolo d. C.

Il soggetto che vediamo raffigurato è un momento di un episodio mitologico: si tratta dell’ateniese Icario che accoglie il dio Dioniso durante un banchetto. Tecnicamente un episodio di questo tipo è una theoxenia, ovvero l’offerta di ospitalità di un uomo nei confronti di un dio.

Vediamo infatti Icario a sinistra della lastra di marmo, a petto nudo sdraiato su una kline, che rivolge con il braccio un gesto di benvenuto a Dioniso.

Dioniso è la figura panciuta e barbuta con la testa reclinata sul petto che si avvicina da sinistra, e che è sostenuto, con fatica, da un servitore, mentre un altro gli prende dalla mano il Tirso (il suo bastone rituale), e un altro gli sta sfilando un calzare. L’atteggiamento del dio sembrerebbe suggerire che egli sia ebbro.

Dietro a Dioniso sfila il suo seguito fatto di umani e satiri: creature metà umane e metà capro, come si nota dalla coda. C’è anche, in fondo alla fila, una donna: una Baccante, ovvero una seguace del dio che lo venerava cantando, danzando e conducendo una vita vagabonda.

Davanti a Icaro si nota un kantharos, contenitore di piccole dimensioni destinato al vino. Secondo il mito infatti, Dioniso, per ricompensare Icario della sua generosità, gli insegnò come coltivare la vite e fare il vino. Per il povero Icario però non finì troppo bene, perché alcuni pastori dell’Attica, che avevano assaggiato l’insolita bevanda, si sentirono ubriachi e credettero di essere stati avvelenati da lui, finendo perciò con l’ucciderlo.

Resta però che il soggetto di questo rilievo è anche quello dell’ospitalità e della convivialità, temi cari ai popoli del sud Italia, condivisi con i loro illustri colonizzatori.

Toro Farnese

Siamo di fronte alla più grande scultura proveniente dall’antichità. Questo imponente gruppo marmoreo, infatti, è alto ben 3,70 metri, ed è la copia romana di un originale ellenistico, scolpita interamente in un unico blocco di marmo. Un’opera sbalorditiva per dimensioni e importanza.

Fu ritrovata nel 1546 nelle Terme di Caracalla durante gli scavi commissionati da papa Paolo III Farnese.

Naturalmente non è stata ritrovata così integra come sembra oggi, ma l’aspetto che vediamo è frutto di restauri, anche piuttosto invasivi, se consideriamo che nel corso dei secoli sono stati perfino aggiunti alcuni personaggi secondari.

Un altro nome con cui questo gruppo scultoreo è conosciuto è “Il supplizio di Dirce”, infatti il soggetto rappresentato è un episodio mitologico che ritrae la vendetta dei gemelli Anfione e Zeto (i due giovani rappresentati nudi che trattengono il toro) sulla prozia Dirce, che è invece la donna accasciata a terra che con il braccio tenta di difendersi dalle zampe del grande animale.

Anfione e Zeto avevano infatti escogitato una morte terribile per Dirce, e l’avevano attaccata a un toro furioso che la trascinasse via. Qui stiamo vedendo la scena in cui la donna viene legata all’animale.

Il motivo di tanta ferocia lo racconta il mito. La madre dei due giovani, Antiope, era stata accolta, già incinta dei due, nella casa dello zio Lico, lo sposo di Dirce. Qui Dirce avrebbe maltrattato la nipote acquisita, costringendola a vivere come una schiava.

Quando poi nacquero i gemelli, essi furono abbandonati dallo zio sul monte Citerone, affinché fossero divorati dalle belve.

Tuttavia i neonati vennero salvati da un pastore, che li crebbe come figli propri fino a che essi, per caso, si ricongiunsero con la madre, fuggita dai maltrattamenti della zia, e decisero la vendetta.

Si narra anche che Dioniso ebbe tuttavia pietà delle sofferenze di Dirce straziata dal toro, e la trasformò in una fonte presso Tebe, che assunse il suo nome.

Il cane che vediamo davanti, il bambino, e la figura femminile con la lancia, sono le aggiunte successive all’opera, e fanno quasi da spettatori di ciò che sta accadendo davanti a loro. La figura femminile per qualcuno potrebbe essere Antiope che osserva come i figli la stanno vendicando.

Dioniso in Trono

Questa lastra in marmo con cornice del I secolo d. C. ospita l’immagine di un Dioniso giovane e languido, molto diverso dall’omone con barba e grossa pancia che andava a visitare Icario.

Anche qui possiamo però riconoscere i suoi simboli. Uno è il Tirso, il bastone sormontato da una pigna che tiene in mano, e che era il suo bastone rituale.

Un altro simbolo tipico di Dioniso è la pantera, che qui vediamo accucciata sotto il trono incoronata di edera, con la bocca spalancata e la testa girata. L’associazione tra il dio e l’animale nasce da leggende e attributi allegorici. Si diceva per esempio che la pantera attirasse a sé gli altri animali con il fascino e il suo alito profumato, assomigliando in questo a Dioniso che attirava a sé i suoi seguaci con la sua vitalità e il dono inebriante del vino. La pantera caccia inoltre con astuzia, e grazie alla sua capacità di mimetizzarsi: così Dioniso spesso si trasformava in altre forme, per ingannare e punire. La crudeltà e la selvatichezza della pantera richiamano inoltre i riti sfrenati e i sacrifici che le Baccanti compivano nella natura, completamente pervase dello spirito del loro dio.

Inoltre, la pantera è un simbolo di morte, ed è legata al dio Dioniso perché lui incarna l’ambivalenza dell’esistenza, dunque la compresenza di vita e morte che sono necessarie l’una all’altra nella concezione degli antichi.

Infine, Dioniso regge con la mano destra un kantharos, altro suo attributo, nel quale una seconda figura andata perduta (forse un personaggio del suo seguito) versa da un urceo probabilmente del vino.

Sullo sfondo si vede poi un altare sul quale sono dei frutti ed una piramide.

Rilievo con Eroti Tauroctoni

Questo bassorilievo in marmo, della fine del II secolo d. C. o inizio del III, proviene dal tempio di Venere Genitrice nel Foro di Cesare a Roma, ed era un pannello decorativo della cella della dea.

Sotto una cornice di foglie di acanto si vedono due personificazioni del dio Eros, il dio dell’amore, detti infatti anche “Amorini”, intenti a sacrificare due tori. Riconosciamo nei due il dio Amore dal fatto che sono fanciulli nudi, e dotati di ali.

Nella cultura ellenistica e poi romana gli Eroti avevano dei culti dedicati; erano simbolo di amore e sessualità, e al contempo del viaggio dell’anima nell’aldilà. In questo caso sono ritratti durante il compimento di un sacrificio rituale.

Quello di sinistra ha perduto l’arma nella sua mano, mentre l’altro ha un corto pugnale che sta affondando nella testa del toro. Entrambi tengono fermo ciascun toro con il ginocchio sinistro.

Al centro è rappresentato un candelabro ricchissimo di decorazioni, con piedini animali e altri due amorini con la clava in mano nella base, ottenuti con una lavorazione a rilievo molto basso. Dentro alla coppa in alto vediamo dei frutti e le fiamme.

Orfeo ed Euridice

Questo bassorilievo non appartiene alla collezione Farnese, ma è stato ritrovato presso Torre del Greco e lo ritroviamo nella Galleria dei grandi maestri.

Si tratta di una copia romana databile tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., di un originale greco più antico forse dell’artista Alkamenes, della scuola di Fidia.

Di nuovo ci troviamo davanti a un episodio del mito. Orfeo fu infatti un celebre cantore dell’antica Grecia, che vide morire improvvisamente, per il morso di un serpente, la promessa sposa Euridice, mentre era in fuga da un altro uomo, e decise nientemeno di cercare di andarla a recuperare negli inferi.

Gli dei gli concessero questo tentativo perché dopo che, per il dolore, egli aveva smesso di cantare, la natura era appassita.

La condizione posta era però che Orfeo non si girasse mai indietro a guardare la sua amata, prima di averla tratta definitivamente fuori dall’aldilà.

In alcune versioni del mito egli riesce nel suo intento, mentre in altre il finale è amaro: Orfeo, vinto dal desiderio di vedere Euridice, si volta all’ultimo momento, perdendola per sempre proprio quando stava per riuscire nel suo intento.

Vediamo infatti sulla destra Orfeo, con in mano la lira, che con un gesto sconsolato e malinconico guarda per l’ultima volta Euridice, sulla soglia tra la vita e la morte. Lei a sua volta lo sfiora con rassegnazione e dolcezza sulla spalla.

A sinistra invece si trova l’immagine di Ermes, che ha sulle spalle il cappello a larghe falde dei viaggiatori, e che trattiene la donna per una mano per riportarla indietro negli inferi.

La particolarità è che ognuna di queste figure porta scritto il proprio nome in caratteri greci sopra la testa, come una sorta di didascalia. Il nome di Orfeo è scritto al contrario, da destra a sinistra.

Perseo e Andromeda

In questo rilievo in marmo del I secolo d. C. troviamo rappresentato nuovamente un mito. Per la precisione è il momento finale del mito di Perseo e Andromeda.

Secondo il mito, raccontato anche da Ovidio nelle Metamorfosi, Andromeda era stata incatenata a uno scoglio per essere data in pasto a un mostro marino di nome Ceto.

Andromeda era stata destinata a questo tremendo destino per via di sua madre, Cassiopea, regina d’Etiopia, che si era dichiarata più bella delle Nereidi.

Nella mitologia greca spesso il dirsi migliori in qualche modo delle divinità è fonte di orribili guai.

E anche in questo caso fu così. Poseidone, re del mare e padre delle Nereidi, inviò il mostro Ceto a devastare le coste etiopi come punizione per tanta arroganza.

Solo il sacrificio di Andromeda avrebbe potuto placare la furia di Ceto.

Accadde però che Perseo, di ritorno dall’uccisione della Medusa, stesse sorvolando in groppa al cavallo volante Pegaso quelle zone, proprio mentre la povera Andromeda stava per subire la sua sorte.

Notando la bellezza della fanciulla, pensò bene di promettere ai genitori di liberarla e di uccidere anche il mostro, chiedendo in cambio di sposarla. E così fece.

Mentre in altre opere più antiche viene rappresentata la scena di combattimento tra Perseo e il mostro, qui siamo davanti a un tema iconografico diverso e nuovo, in cui Perseo ha già sconfitto il mostro, di cui si nota la lunga coda tra le due figure umane, e porge la mano ad Andromeda per liberarla.

Dietro di lui, per sottolineare le sue imprese e connotare il personaggio, con una mano tiene la testa di Medusa, che le ha tagliato uccidendola e ha portato con sé.

Con la coda del mostro, e la testa, è come se l’autore antico avesse voluto dare gli elementi per poter ricostruire la storia, anche facendone vedere solo il lieto fine.

Poiché Medusa pietrificava chiunque la guardasse, il mito dice anche che un po’ del suo sangue, colando sulle alghe vicino allo scoglio, le trasformò in corallo.

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